Intervista a Zucchero Sugar Fornaciari

 

Panoram Italia: Come ci si sente ad essere uno dei pochi musicisti italiani che riesce a portare la sua musica all’estero con grande successo?

Zucchero: Beh, mi fa star bene, perché anch’io sono un po’ un nomade e lo sono stato fin da giovanissimo. Ho sempre girato e nonostante ora abiti in Toscana, mi sento anch’io un emigrante. Essere sempre in tournée, ad un certo punto non lo si fa più per la gloria o per i soldi, ma perché ti piace incontrare la gente e ti piace trasmettere delle sensazioni, e la cosa è reciproca.

Per questo anch’io mi sento un emigrante, nel senso che non mi sento mai veramente a casa pur avendo un posto dove stare. Di solito, chi per motivi di lavoro o per altre ragioni è stato un po’ sradicato dalle proprie radici ha una sensibilità superiore, una voglia di sentirsi a casa, e per me è un piacere trasmettere questa sensazione attraverso le mie canzoni.

PI: La musica italiana fa fatica ad affermarsi all’estero. Perchè?

Z: Non credo sia proprio così. Abbiamo tanti artisti che vanno in giro per il mondo, vedi Andrea Bocelli, Laura Pausini o Eros Ramazzotti, a suo tempo altri artisti come Toto Cutugno e tanti altri. Negli anni settanta poi erano ancora di più. Non so se tedeschi, svizzeri o francesi ne abbiano avuti così tanti, noi non ci possiamo lamentare (sorride, n.d.r.). Abbiamo importanti cantanti d’opera. Purtoppo sono venuti a mancare due grandi tenori, Luciano Pavarotti e Salvatore Licitra, che è scomparso qualche giorno fa.

Diciamo che la buona musica italiana è sempre stata rispettata; certo, non possiamo essere paragonati agli inglesi visto che loro hanno il vantaggio della lingua. Infatti, io all’inizio cantavo alcune canzoni in inglese, come una forma di rispetto, ma la musica è un linguaggio universale, la musica parla, trasmette, cosi ho deciso di cantare quasi completamente in italiano. A volte faccio una canzone in inglese ma vedo che viene apprezzata anche in italiano. Anche se non capiscono completamente le parole, sicuramente capiscono il messaggio e quello che vuole trasmettere, cosi almeno mi sento un prodotto originale, un prodotto doc.

PI: Le opere ad esempio non si traducono…

Z: Infatti, ho pensato, l’opera è in italiano, non viene tradotta. È un linguaggio internazionale e quando scrivo una canzone d’autore deve essere cantata in italiano, nella lingua originale. Io vado in giro per il mondo e canto in italiano, ed è verace; poi sai, è difficile tradurre certe cose, io uso molti modi di dire, molti slang che vengono dalla strada, espressini dialettali. È difficile avere la stessa ironia e la stessa poesia tradotta in un altra lingua.

PI: E allora parliamo di “Chocabeck”…

Z: Come dicevo, soprattutto nell’ultimo album ci sono anche parole dialettali. Questo è un album di radici , delle mie radici, della Bassa Emilia, dove sono nato e quindi è un pò la mia storia. Mi sembra di rivedere quei paesini, con quelle storie tipo “Don Camillo e Peppone”. Io vengo da un paesino vicino a Reggio Emilia, nella bassa vicino al Po: lì c’è tutto un modo di vivere, di pensare, di essere, sai comunisti contro cattolici… E ci sono grandi talenti, ci sono persone che io amo, che ho amato, i miei genitori, quindi ho fatto un album di radici, dove ho raccontato la storia del mio villaggio che adesso sicuramente non è più così. C’era una chiesa, un bar, una scuola e quattro case, e l’ho descritto in undici canzoni, dall’alba al tramonto. Più la domenica, la vita  di una domenica qualsiasi in questo paese, cercando di rapportarlo ai giorni d’oggi. C’è molto amore, molta solidarietà; quando ero piccolo ci si conosceva tutti, la domenica aveva un suo suono, invece adesso sembra quasi un giorno come un altro. Quindi perché non raccontarlo?

Questo mi serve anche per star meglio. Quando giro il mondo, senti dai telegiornali, dalla stampa, tutte queste guerre, questa poca solidarietà, questa arroganza; un di mal di vivere che ci coinvolge un pò tutti , le religioni, i politici. Allora uno dice, “beh, meno male che io mi porto questo paesino in fondo al cuore”, e quando non sto bene penso a come era la vita prima e a come potrebbe essere per stare un pò meglio. Non è un fatto nostalgico o un fatto di “amarcord”. È semplicemente constatare che si sono un pò persi dei valori fondamentali che erano semplici, ma che ti facevano stare meglio. Ora è tutto un pò disgregato. Non so in Canada, ma qui la gente è arrabbiata, non sta bene, non è tranquilla. Essendo un artista, queste cose le sento nell’aria; invece nei concerti si trasmettono cose genuine.

PI: Il tuo pubblico sente tutto questo, ed è per questo che ti ama

Z: Penso di sì. Infatti, questo “Chocabeck Tour” è partito con il raddoppio del pubblico dal tour precedente. Aabbiamo già fatto 56 concerti in tutta l’Europa, compreso la Royal Albert Hall di Londra, lo Zenith di Parigi, l’Arena di Verona…

PI: Il 25 settembre è il tuo compleanno e so che lo festeggerai all’Arena…

Z: Sì, perché avevo fatto cinque date a giugno, poi data la richiesta ne abbiamo aggiunte altre due. Le uniche date disponibili erano il 25 e il 26 cosi festeggerò il mio compleanno suonando. Ho sempre suonato tutta la vita, non è un problema, e per un musicista è il miglior modo di festeggiarlo.

PI: Parlando di carriera, cosa desidereresti ancora?

Z: Io sono già molto contento così, per quanto riguarda la mia carriera.Per la vita privata forse ho sofferto abbastanza, ma per la mia carriera, anche se non è stata facile, non so cosa potrei chiedere di più. Non dobbiamo dimenticare che sono italiano; se nasci in America è molto piu’ facile, ma io vorrei restare così, andare avanti con lo stesso entusiasmo, la stessa curiosità, la voglia di incontrare gente, di far buona musica senza necessariamente inseguire la commercialità, tanto per fare la canzoncina che funziona in radio. Io ho sempre guardato più alla qualità che alla quantità e così vorrei continuare. Ho collaborato con tanti artisti internazionali e penso che scambiarsi delle idee fa bene alla musica, perché possono nascere varie cose, ma soprattutto, ripeto, la musica non deve essere un business.

PI: Presto arriverai in Canada…

Z: Sono contento di ritornare in Canada. Mi ricordo di Montreal, una città molto viva, interessante, piena di giovani, dove c’è arte e creatività. La nostra chitarrista vi ha vissuto molti anni e mi dice sempre che è fantastica e che ci ritornerebbe subito…

 

“Chocabeck Tour” 2011 in Canada:

Friday, October 14,

ST CATHARINES, Sean O’sullivan Theatre

Saturday, October 15,

TORONTO, Massey Hall

Sunday, October 16,

MONTREAL, Theatre St-Denis

Tuesday, October 18,

OTTAWA, Centrepointe Theatre.

written by Barbara Bacci