“Mangia,mangia”

Dopo anni passati a pensare di essere diversi dai propri genitori — più moderni e più informati al punto da sapersi affrancare da questo giogo del passato — inevitabilmente, di fronte al misterioso pianto del bambino, è questo il quesito che papà e mamma si rivolgeranno a vicenda.

Se il cibo riveste un ruolo centrale nella cultura italiana, è infatti senza dubbio ancora più importante quello che ha nell’educazione dei figli, con genitori, nonni e parenti di primo grado che inorridiscono all’idea che il piccolo possa avere fame.

“Bisogna saper stare a tavola” e “se non finisci di mangiare tutto quello che hai nel piatto non ti puoi alzare”, ecco gli altri mantra che tanti, probabilmente tutti gli Italiani — bambini e non — si sono sentiti ripetere fin da piccoli, sotto lo sguardo vigile del genitore che si accerta che il figlio mangi abbastanza.

Per dare un’idea: pasti di cinque portate con un apporto calorico degno della dieta di un atleta. “Mangia, mangia”, è la frase con cui gli stranieri fanno il verso agli Italiani. Non è soltanto un luogo comune, che piaccia ammetterlo o meno. Le mamme italiane iniziano il ritornello del “mangia, mangia” durante l’allattamento e non smettono più di ripeterlo. E poi, quando “i bambini” volano via dal nido? A 18 anni?

Neanche per idea. Servono in media trent’anni per staccarsi da mamma e papà. Che l’Italia sia un Paese di “mammoni” è un dato di fatto, non uno stereotipo, e a confermarlo ci sono i numeri. Secondo i dati dell’Ocse, infatti, è al primo posto, a livello europeo, nella classifica dei Paesi dove i figli restano più a lungo a casa.

Meno efficaci, invece, sono i tentativi dei genitori italiani di far capire il valore e il rispetto delle regole, almeno a giudicare dai risultati. Non per mancanza d’impegno, però. Secondo uno studio condotto in Francia, Canada e Italia, sono le mamme e i papà del Belpaese quelli più severi con i figli, ma non sempre i risultati sono quelli sperati.

“Il nostro studio ha scoperto che i genitori canadesi sono i più tolleranti. Hanno meno regole e danno meno punizioni”, dice Michel Claes, professore di Psicologia dell’Università di Montréal che ha lavorato allo studio Adolescents’ perceptions of parental practices: A cross-national comparison of Canada, France, and Italy. E il sistema, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, ha dato i suoi frutti.

Basta provare a fare una fila in Canada e una in Italia per rendersi conto della differenza. Il segreto, infatti, sarebbe proprio nella libertà concessa ai bambini, che li renderebbe più indipendenti, mentre uno stile troppo autoritario sviluppa nei più piccoli la tendenza a “sgarrare” e a trovare il modo di eludere le regole.

Un’altra grande differenza è l’abbigliamento. Il bambino “made in Italy” si vede subito dalle “griffe”, paradossalmente quasi tutte americane. La necessità — o meglio l’obbligo — di essere alla moda è quasi un marchio di fabbrica e “un’arte” che s’impara fin da piccoli. Basta sfogliare le riviste di moda: in tempi di crisi l’abbigliamento per bambini continua a riempire pagine e pagine.

Niente di strano, dunque, se i bambini si presentano all’asilo come piccoli modelli o pubblicità ambulanti di grandi marche. Inconcepibile, forse, per gli standard del Canada, che fa della libertà, anche di quella stilistica, la sua bandiera e dove importa poco se i calzini sono intonati o meno alla camicia.

Com’è inconcepibile per una mamma italiana che si portino fuori i bambini quando si è sotto zero. In Italia si mettono sciarpa, guanti e cappello dall’inizio dell’inverno, anche se la temperatura è quella che la colonnina di mercurio segna in Canada a maggio.

“Ma ti sei coperto bene?” è il leitmotiv che accompagnerà il bambino italiano da dicembre ad aprile, con mamme e nonne che armate di coperte e maglie della salute impediranno che la temperatura corporea di figli e nipoti possa scendere sotto i 40 gradi.

I malcapitati, pur tentando all’inizio di protestare, impareranno presto che ogni resistenza è inutile: poco importa che si abbia trent’anni e si viva lontano da casa. “Sì, mamma…”, si troveranno a ripetere una volta di più. Perché anche quando se ne vanno, restano sempre “bambini”. Almeno fino a quando non diventano genitori e si scopriranno a fare esattamente lo stesso.

written by Alessio Galletti