Lester B. Pearson High School

Lester B. Pearson High School

A casa lontano da casa

È difficile, per la maggior parte degli italo-canadesi, camminare lungo i corridoi della Scuola Superiore Lester B. Pearson e non riconoscere,  nel mosaico delle foto dei diplomati affisse alle pareti, almeno un parente.

Quando la scuola aprì le porte nel 1976, il corpo degli studenti era principalmente di origine italiana, e 40 anni più tardi ancora è così.

Essendo una delle più grandi scuole superiori di lingua inglese nella parte più a est di Montreal, la Pearson è stata una casa, lontano da casa, per migliaia di adolescenti che hanno trascorso qui gli anni della scuola superiore.

Frank Di Mora è stato uno di questi ragazzi. Si è diplomato alla Pearson nel 1980 e adesso vi insegna scienze. “Allora la scuola aveva cose che non potevi permetterti a casa, come la televisione a colori e i computers. Vivevamo tutti nelle vicinanze, quindi venivamo qui nel fine settimana per vedere i film nell’auditorium. Restavamo ore dopo la scuola a fare sport. Trascorrevamo più tempo a scuola che a casa”.

Come italo-canadese di prima generazione, Di Mora dice che frequentare una scuola superiore a maggioranza italiana lo faceva sentire di appartenere a qualcosa.

“Era un sentimento di comunità, di famiglia. Anche gli insegnanti provenivano dalla stessa cultura, quindi ci capivamo, come immigrati, come italiani. Avevamo spe-ranza nel futuro come prima generazione di canadesi”.

Adesso la Lester B. Pearson è frequentata da 980 studenti. Essendoci molte scuole in lingua inglese in Quebec, la Pearson, ha visto diminuire il numero degli iscritti nel corso degli anni,. Nel 1976, quando aprì le porte, la frequentavano più di 1500 studenti. Fu costruita per venire incontro ai bisogni crescenti della comunità anglofona di questa parte della città, una comunità che era principalmente di origine italiana.

Di Mora afferma che, sebbene i tempi siano cambiati, molte cose nella Pearson sono rimaste com’erano. “C’è ancora quell’aura di casa intorno alla scuola. È ancora molto presente nella comunità, i genitori sono sempre coinvolti. Mi piace osservare i bambini guardare il mosaico delle foto  dei diplomati e cercare un loro genitore o  un parente.”

Terry Morabito è un’altra diplomata alla Pearson e adesso è docente nella stessa. Morabito dice di aver fatto domanda per lavorare alla Pearson non appena ha avuto il titolo per insegnare. “È meraviglioso tornare qui, ho avuto modo di sedermi nell’aula dei professori accanto a coloro che sono stati i miei mentori. La docente di matematica, la mia preferita, la professoressa Claudia Cardona, che avevo idealizzato, mi ha aiutato durante il primo anno di incarico” dice Morabito, che si è diplomata nel 2000. Avere una cultura in comune con gli studenti e i genitori, sostiene, è più facile per i professori, poiché li aiuta ad entrare in sintonia con gli adolescenti.

È d’accordo Rosina Mucci, la quale insegna inglese nella stessa aula, dove era seduta quando era studentessa. “È una sensazione così strana” ammette. “Ma è mera-viglioso saper di poter essere di ispirazione agli studenti nello stesso modo in cui fui ispirata io da quei meravigliosi professori che insegnarono a me”.

Paul Karpontinis è uno dei pochi docenti della Pearson che non hanno studiato qui. Dice che quando iniziò, fu colpito dal grande senso di comunità. “È stato sorprendente vedere come tutti gli studenti, grazie al loro forte legame culturale con la comunità, si prendevano cura l’uno dell’altro. E questa connessione si è espansa in tutta la scuola” spiega Karpontinis. “Sono stato qui abbastanza a lungo da aver insegnato a studenti, fratelli e cugini della stessa famiglia. Così sento di essere diventato parte di queste famiglie e della tappezzeria del Lester B. Pearson. È qualcosa di speciale diventare parte di questa storia”.

Joseph  Vitantonio è il preside della Pearson e anche ex studente. “Penso che le persone realizzino quanto speciale sia la Pearson una volta uscite da qui”, dice il trentanovenne. “ Quando vai al CEGEP, quel legame non c’è più, non sei più uno dei 29 italiani in una classe di 32 allievi. Quella connessione culturale è finita e anche se è meraviglioso avere nuovi amici, non puoi parlare loro della pizza della nonna o dei biscotti della tua mamma. Quel senso di famiglia è ciò che rende questo posto così speciale. Ed è ciò che fa tornare gli ex studenti come me”.