Marco Calliari, 30 ans de carrière

Marco Calliari 30 anni di carriera

scritto da Carole Gagliari

Marco Calliari mi riceve da lui, nel quartiere Villeray, vicino alla casa di famiglia dove ancora vivono i suoi genitori. La casa è accogliente e colorata, decorata con oggetti iconoclastici e cimeli bizzarri, dischi in vinile, fotografie e immagini che l’hanno segnato e che lo ispirano. Incontro con un cantautore appassionato, un artista generoso dotato di una sensibilità estrema.

La musica è stata sempre presente nella tua infanzia? 

Sì, a casa ascoltavamo un po’ di tutto, Joe Dassin, Elvis, Pavarotti, i grandi successi della radio italiana sulle frequenze AM facevano parte della mia quotidianità. Mia sorella maggiore e i suoi amici anglofoni ascoltavano il rock: Lover Boy, Def Leppard…e ne sono diventato presto un appassionato! I miei amici d’infanzia hanno fortemente segnato il mio universo musicale. Io, Oscar e Daniel Souto, Carlos Araya, Jef Fortin – i miei compagni sin dalla scuola elementare – abbiamo fondato il gruppo heavy metal Anonymous. Giovanissimi, ci scambiavamo tante idee ed eravamo soprattutto attratti dal rock e dall’heavy metal, da gruppi come i Kiss, i Black Sabbath, i Metallica e gli Iron Maiden, ci piaceva tutto, persino Michael Jackson e gli Wham! L’heavy metal ci ha invogliati a creare una band. Tutto è iniziato nel seminterrato dei miei genitori. Da lì, una chitarra, un basso, una batteria. D’estate, raccoglievamo le lattine dalla spazzatura per comprare il nostro primo amplificatore da 100 watt. Una pazzia! Così, 30 anni fa, abbiamo creato il gruppo Anonymous. Ho partecipato ai primi 5 album. Immagina, un gruppo costituito da figli di immigrati che pubblicano un album heavy metal interamente in francese. Non si era mai vista una cosa simile! Abbiamo fatto delle tournée in Quebec, in Canada, negli Stati Uniti, in America latina e in Europa. Ma non ci guadagnavo da vivere e, per coltivare la mia passione, lavoravo in un minimarket a Tétreauville, insegnavo musica e facevo traslochi.

Dopo gli Anonymous, hai cambiato genere musicale. Come è successo?

Ho attraversato molte tappe con il gruppo. Il primo spettacolo, la prima registrazione, la prima tournée, le prime esperienze di ogni sorta…è stata pura follia! Tra il 1994 e il 2003, abbiamo prodotto 5 album ma le porte si chiudevano spesso, il gruppo era avanguardista. Per quanto mi riguardava, non volevo occuparmi d’altro che di musica nella vita, quindi mi sono iscritto al CEGEP St-Laurent. Lì ho conosciuto André Roy, professore di chitarra classica. Mi ha aperto le porte a un nuovo universo musicale. Mi sono appassionato di chitarra classica. Nel 1994, avevo 19 anni, ho soggiornato in Trentino Alto Adige, in Italia, con 50 giovani, figli e figlie di immigrati trentini di paesi diversi. È stato un colpo terribile quando ho realizzato di ignorare del tutto il repertorio classico delle mie origini e ho deciso di porvi rimedio.  Di ritorno a Montreal, mi sono procurato Le più grandi canzoni italiane e da lì è arrivato tutto il resto.

Per i 60 anni di mio padre, ho preso in affitto il Lion D’Or. Ho interpretato alcuni dei grandi classici e ne ho realizzato un CD ricordo che è finito nelle mani dei giornalisti di Radio-Canada, dei responsabili della Settimana italiana e di altri media. Ed ecco il lancio! Ho fatto degli spettacoli un po’ dappertutto a Montreal: Lion d’Or, Zaz Bar, Divan Orange, Café Sarajevo, Case della Cultura e ho partecipato a delle trasmissioni televisive. Ero ancora con gli Anonymous, offrivo corsi di chitarra e lavoravo nello stesso minimarket. Successivamente, ho dovuto fare una scelta, ho lasciato il gruppo a malincuore. È stato molto duro per me. 

Qual è il tuo bilancio dei tuoi 30 anni di carriera?

I nostri genitori hanno fatto un percorso incredibile…Tutta la storia dell’immigrazione, che sia italiana o di altri Paesi, mi spezza il cuore. Non conosceremo mai la vera grande miseria che i nostri genitori e nonni hanno vissuto. Non accetto che queste persone vengano giudicate, hanno subito troppi pregiudizi e orrori. L’ho compreso a 19 anni e trasmetto questi valori a mia figlia di 5 anni.

Voglio assolutamente tramandarle questa eredità, voglio continuare a cantarla e a condividerla. D’altra parte, ho appena perso due soci perché l’ambiente in cui sto crescendo come artista, è molto ingrato. Ho i miei spettacoli, la mia casa discografica, Produzioni Casa Nostra, produco musicisti quebecchesi in Italia e artisti italiani in Quebec. I produttori italiani ci fanno delle promesse che non rispettano. Alcuni artisti sono formidabili, altri impossibili da gestire. Ho lavorato pro bono alla promozione di questi artisti, per passione, per farli conoscere, senza alcun appoggio da parte delle istituzioni consolari e culturali. Dopo 30 anni nel settore non voglio lavorare più gratuitamente per chicchessia. Sono felicissimo di fare questo mestiere e sono privilegiato di poter insegnare e condividere con il pubblico questo repertorio fantastico. Desidero semplicemente vivere dignitosamente di questa passione.

Da sei anni, sei il portavoce della Settimana italiana, è importante per te? 

La Settimana italiana mi permette di fare ciò che amo e per questo li ringrazio. Quest’estate, ho trascorso il fine settimana sul posto, ho dormito nel mio

furgone, ho incontrato tante persone curiose di sapere quello che facevo ed è stato bellissimo. Josie Verrillo, la direttrice generale, mi ha offerto una vetrina eccezionale, apprezza il mio lavoro, ha capito quanto sia importante essere aggiornati con la musica e mi ha permesso di portare questa nota di contemporaneità alla musica italiana che si conosce qui. Fabrizio Pozzi, Borchia, Laboratorio, Peppe Voltarelli, Fantasia Italiana sono artisti contemporanei in Italia.

Qual è la cosa che ti rende più felice nella vita?

Continuare a vivere dignitosamente della mia passione, condividere e trasmettere la bellezza della lingua e della cultura italiana a mia figlia e al mio pubblico. Non sogno di vivere ricco o di avere una casa grande, desidero essere sepolto nel mio orto, sotto le mie piante di pomodoro.